Perché compare l'ipoglicemia nel diabete di tipo 1

Fonti verificate Aggiornato: 9 settembre 2026 9 min di lettura

L'insulina somministrata agisce qualunque sia la glicemia, e le linee di difesa dell'organismo si perdono a poco a poco. In questa pagina sono spiegati i meccanismi per cui compare l'ipoglicemia.

80–85 mg/dL
qui si ferma l'insulina propria
3 linee di difesa
la prima manca in partenza
40–75 minuti
il cervello recupera più lentamente

Perché compare l'ipoglicemia se hai il diabete di tipo 1?

Il motivo di fondo è che l'insulina somministrata agisce qualunque sia il valore della glicemia. In una persona senza diabete, la prima difesa contro la discesa della glicemia è l'arresto della secrezione di insulina. Comincia già entro l'intervallo normale, intorno a 80–85 mg/dL (4,4–4,7 mmol/L) [1]. L'insulina già somministrata con la penna o con il microinfusore non si può fermare, perché si trova ormai nell'organismo. In altre parole, la prima linea di difesa manca in partenza.

Da qui nasce lo squilibrio. L'ipoglicemia compare quando l'insulina attiva supera il bisogno del momento, e questo bisogno cambia di continuo. Un pasto più piccolo di quello che hai calcolato, un'attività fisica non prevista o una dose un po' troppo alta danno lo stesso risultato. Non è un difetto di carattere, ma il limite di un trattamento che cerca di sostituire un organo. L'ipoglicemia è il principale fattore che limita il controllo glicemico nel diabete di tipo 1 [2]. È un problema del trattamento, non della malattia in sé.

Che cosa succede nell'organismo nel momento in cui la glicemia comincia a scendere?

In una persona senza diabete, la difesa contro la discesa della glicemia si svolge in tre linee, ciascuna delle quali parte a una glicemia un po' più bassa:

  • L'arresto della secrezione di insulina — la prima linea, che parte già entro l'intervallo normale [1].
  • Il rilascio di glucagone — l'ormone che fa uscire glucosio dal fegato.
  • L'attivazione del sistema nervoso simpatico — insieme al rilascio di adrenalina dalle ghiandole surrenali.

I sintomi non vengono dall'adrenalina che agisce come ormone. Sono prodotti soprattutto dai nervi simpatici, che rilasciano sul posto due sostanze. La prima è l'acetilcolina, che provoca sudorazione, fame improvvisa e formicolii [3]. La seconda è la noradrenalina, che provoca tremori, palpitazioni e pallore. L'adrenalina del sangue si aggiunge a questi effetti, ma i segni compaiono anche senza quell'ormone [4].

Nel diabete di tipo 1 la prima linea manca, e la seconda si indebolisce a poco a poco fino a mancare anch'essa a volte. L'insulina già somministrata non può fermare la propria azione. La risposta del glucagone all'ipoglicemia si perde di solito nei primi anni di malattia [2]. Resta la risposta simpatica, a sua volta indebolita dalle ipoglicemie recenti. È una delle spiegazioni per cui l'ipoglicemia è molto più frequente nel diabete di tipo 1 rispetto alle altre forme di diabete.

Che ruolo ha il glucagone prodotto dal tuo pancreas?

Il glucagone è l'ormone opposto all'insulina ed è prodotto dalle cellule alfa del pancreas. Il suo compito è ordinare al fegato di rilasciare glucosio quando la glicemia scende. È la seconda linea di difesa, non la prima. La prima resta l'arresto della secrezione di insulina, un passaggio impossibile quando l'insulina arriva solo dall'esterno. Nel diabete di tipo 1 le cellule alfa restano presenti e il loro difetto è selettivo. Non rispondono più alla discesa della glicemia [5]. Continuano però a rilasciare glucagone davanti a un pasto ricco di proteine o con l'attività fisica.

La spiegazione accettata è la perdita del segnale locale inviato dalle loro vicine, le cellule beta. Con le cellule beta scompare anche il comando interno delle isole pancreatiche (isole di Langerhans), che contribuiva al rilascio di glucagone [5]. Il glucagone continua a funzionare quando viene somministrato come farmaco, perché il fegato vi risponde normalmente. È questa la spiegazione per cui la somministrazione dall'esterno resta efficace, anche se il glucagone proprio non viene più rilasciato in tempo.

Perché la risposta di difesa dell'organismo si riduce nel tempo?

La causa principale non è la durata del diabete, ma le ipoglicemie dei giorni e delle settimane recenti. Una sola ipoglicemia riduce la risposta simpatica all'episodio successivo, a volte già dal giorno dopo [6]. La soglia alla quale compaiono i sintomi si abbassa, a volte sotto la soglia alla quale il pensiero è già compromesso.

Si forma un circolo vizioso. Senti meno, quindi correggi più tardi, arrivi più in basso e l'organismo si abitua ancora di più. Il risultato di questo circuito ha un nome medico, insufficienza autonomica associata all'ipoglicemia [7]. Il circolo si rompe in un solo modo, evitando le ipoglicemie con costanza per qualche settimana. È un cambiamento temporaneo degli obiettivi, fatto insieme al medico e non per conto proprio.

Che cos'è l'insufficienza autonomica associata all'ipoglicemia?

È il nome medico del circolo vizioso descritto sopra, noto in letteratura con la sigla HAAF (hypoglycemia-associated autonomic failure). Il termine indica che il sistema nervoso autonomo, quello che fa scattare l'allarme, non reagisce più in tempo. Non si tratta della classica neuropatia autonomica, una complicanza del diabete di lunga durata. È un disturbo funzionale, innescato dalle ipoglicemie recenti e in gran parte reversibile [7].

Si perdono due cose insieme, la risposta degli ormoni di difesa e i sintomi che ti avvertono. La conseguenza pratica è un rischio molto più alto di ipoglicemia grave. Le persone che non sentono più le ipoglicemie hanno circa sei volte più episodi gravi rispetto alle altre [8]. Il recupero è disomogeneo. Circa 3–4 settimane di stretta evitazione delle ipoglicemie riportano la percezione dei sintomi. La risposta ormonale resta insufficiente anche dopo tre mesi [9]. Riguadagni l'avvertimento, ma non la difesa ormonale automatica. Questo possibile problema si valuta almeno una volta all'anno, al controllo di routine [10].

Il fegato può correggere da solo un'ipoglicemia?

Può farlo, ma solo fino a un certo punto. Il fegato conserva una riserva di glucosio sotto forma di glicogeno e la rilascia al comando del glucagone o dell'adrenalina. Produce anche glucosio nuovo a partire da altre materie prime (soprattutto amminoacidi), un processo chiamato gluconeogenesi. Anche il rene può produrre glucosio da altre materie, ma usa la maggior parte di quello che produce per i propri bisogni [11].

La riserva di glucosio del fegato ha però alcuni limiti importanti. L'insulina disponibile nel sangue frena direttamente il rilascio di glucosio dal fegato, quindi lavora contro questa linea di difesa. Le riserve di glicogeno calano dopo uno sforzo fisico prolungato e dopo il digiuno. L'alcol blocca la produzione di glucosio nuovo, anche se non il rilascio dalle riserve [12]. Diventa così pericoloso soprattutto quando le riserve sono già consumate.

L'insulina può essere fermata in qualche modo nell'organismo, dopo essere stata somministrata?

No. Una volta arrivata nel tessuto sottocutaneo, l'insulina forma un deposito da cui viene assorbita a poco a poco. Non esiste un antidoto e non può essere ritirata. Un microinfusore può fermare l'erogazione di insulina nel secondo successivo, ma non può fare nulla per l'insulina già entrata nel tessuto.

Da qui derivano due regole pratiche. La prima è che l'ipoglicemia con insulina attiva (sottocutanea) si tratta con i carboidrati, non aspettando [10]. La seconda è che una dose troppo alta farà il suo effetto fino in fondo, quindi va coperta gradualmente con il cibo e sorvegliata. I sistemi automatici riducono molto il rischio, ma neanche loro possono togliere dal tessuto sottocutaneo l'insulina già somministrata [13].

Una dose di insulina calcolata correttamente può comunque portare a un'ipoglicemia?

Sì. Succede spesso. Il calcolo può essere impeccabile, ma l'assorbimento dell'insulina varia da un giorno all'altro. Contano la sede dell'iniezione, la temperatura della pelle, una doccia calda, il massaggio della zona o uno sforzo fisico che usa il muscolo sottostante. Un'iniezione finita per errore nel muscolo viene assorbita molto più in fretta ed è una causa nota di ipoglicemie apparentemente inspiegabili [14].

Le zone ispessite, comparse dove inietti l'insulina sempre nello stesso punto, hanno un effetto simile. Le persone con queste zone di lipoipertrofia aumentano gradualmente le dosi finché continuano a iniettare lì [15]. La stessa dose spostata poi in una zona di pelle normale viene assorbita in modo più efficace e può provocare ipoglicemia. La corretta rotazione delle sedi resta la misura di prevenzione più semplice [14]. Si aggiunge la parte del cibo. Un pasto ricco di grassi rallenta lo svuotamento dello stomaco, quindi il glucosio arriva nel sangue più tardi dell'insulina. Il risultato è una glicemia più bassa all'inizio e più alta dopo, a quattro ore, con la stessa dose [16].

L'ipoglicemia può comparire senza una causa che tu riesca a individuare?

Sì. Una parte degli episodi resta senza spiegazione, anche se analizzi tutto con attenzione. La variabilità dell'assorbimento, un piccolo errore nella stima dei carboidrati e lo sforzo del giorno prima possono sommarsi senza che nessuno di essi risalti [17].

È importante non trasformare ogni episodio in un'indagine. Un episodio isolato, lieve, corretto in fretta, non richiede una spiegazione a ogni costo. Quello che conta sono gli schemi, cioè la stessa ora, la stessa attività o lo stesso pasto. Gli schemi hanno quasi sempre una causa che può essere corretta [10].

Il cervello soffre durante un'ipoglicemia?

Il cervello funziona quasi esclusivamente con il glucosio [1]. La riserva locale di glicogeno nelle cellule gliali (di sostegno) copre solo pochi minuti. Per questo, quando la glicemia scende molto, la sua funzione peggiora temporaneamente. Compaiono il rallentamento del pensiero, la vista offuscata e la difficoltà a prendere anche decisioni semplici.

Il recupero della funzione cognitiva è più lento di quello della glicemia. Il tempo di reazione resta alterato fino a 40–75 minuti dopo il ritorno della glicemia alla normalità [18]. Nella grande maggioranza dei casi tutto è reversibile e il cervello recupera completamente. La vera preoccupazione sono gli episodi gravi ripetuti, soprattutto nei bambini sotto i 6 anni, il cui cervello è in pieno sviluppo [19]. A quell'età gli obiettivi glicemici vanno scelti con cura, e la priorità deve essere prevenire le ipoglicemie gravi [20].

Conclusioni

  • L'insulina somministrata agisce qualunque sia la glicemia, quindi la prima linea di difesa, l'arresto della secrezione propria, manca in partenza [2].
  • Il glucagone proprio non risponde più alla discesa della glicemia, perché con le cellule beta scompare il comando interno dell'isola pancreatica [5].
  • Le ipoglicemie recenti indeboliscono l'allarme, e il circolo si rompe evitandole con costanza per qualche settimana [7] [9].
  • Una dose calcolata correttamente può far scendere troppo la glicemia, perché l'assorbimento dell'insulina varia da un giorno all'altro [17].

Termini del glossario usati qui

Bibliografia

  1. Sprague JE, Arbeláez AM. Glucose counterregulatory responses to hypoglycemia. Pediatr Endocrinol Rev. 2011;9(1):463-473. PubMed
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